Lidia Poët vinse una importante causa: è una pietra miliare nel percorso di emancipazione femminile.
Nel 1859 la Legge Casati sulla Scuola prevedeva un’istruzione base per maschi e femmine. Nessuna norma di questa Legge vietava espressamente alle ragazze di frequentare i licei, tuttavia solo quelle la cui famiglia era in grado di pagare le tasse, che erano più elevate di quelle degli studenti maschi, avevano la possibilità di proseguire gli studi.
Il titolo di studio ottenuto però non garantiva alle donne l’accesso alle professioni perché il Codice Civile negava alle donne il diritto di esercitare pubblici uffici.
Chi all’epoca cercò con tutte le forze di praticare l’avvocatura in Italia fu Lidia Poët. Nata a Perrera, un piccolo comune del pinerolese, si laureò nel 1881 in Giurisprudenza. Dopo due di anni di praticantato, poté finalmente fregiarsi del titolo di avvocatessa: fu la prima donna in Italia, iscritta all’Albo degli Avvocati e dei Procuratori legali di Torino. Ma immediatamente partì la protesta da parte degli uomini che argomentavano l’impossibilità delle donne di esercitare le libere professioni data la loro “evidente” inferiorità intellettuale e in particolare, poi, la pratica dell’avvocatura era una forma di funzione pubblica e pertanto preclusa per legge alle donne.
Alle donne era concesso l’esercizio di un’unica professione: l’insegnamento perché confacente al ruolo di madre.
Così i giudici della Corte d’Appello di Torino, nel novembre del 1883, decisero di cancellarne l’iscrizione motivandola così «L’avvocheria è un ufficio esercibile soltanto da maschi e nel quale non devono punto immischiarsi le femmine».
«Disdicevole e brutto veder le donne discendere nella forense palestra, agitarsi in mezzo allo strepito dei pubblici giudizi, accalorarsi in discussioni che facilmente trasmodano, e nelle quali anche, loro malgrado, potrebbero esser tratte oltre ai limiti che al sesso più gentile si conviene di osservare: costrette talvolta a trattare ex professo argomenti dei quali le buone regole della vita civile interdicono agli stessi uomini di fare motto alla presenza di donne oneste».
Lidia Poët per lunghi anni difese il suo diritto di esercitare la professione di avvocato, ma unitamente si batté perché le donne potessero esercitare il mestiere per il quale avevano studiato. Nel luglio 1919, il Parlamento approvò la legge Sacchi n.1176, che ammetteva ufficialmente le donne alle professioni ed ai pubblici impieghi, ad esclusione della magistratura, dell’esercizio di diritti o potestà politiche e della difesa militare dello stato.
Nel 1920 Lidia Poët si riscrisse all’Ordine degli Avvocati, si riappropriò del suo titolo di avvocatessa e a 65 anni compiuti tornò ad indossare la toga.
Morì nel 1949.
Sono passati 100 anni esatti dalla legge Sacchi.
Non dimentichiamoci di queste eroiche donne
Maria Grazia Colombari
Sii te stesso; tutti gli altri personaggi hanno già un interprete.
— Oscar Wilde.