Lidia Poët vinse una importante causa: è una pietra miliare nel percorso di emancipazione femminile.
Nel 1859 la Legge Casati sulla Scuola prevedeva un’istruzione base per maschi e femmine. Nessuna norma di questa Legge vietava espressamente alle ragazze di frequentare i licei, tuttavia solo quelle la cui famiglia era in grado di pagare le tasse, che erano più elevate di quelle degli studenti maschi, avevano la possibilità di proseguire gli studi.
Il titolo di studio ottenuto però non garantiva alle donne l’accesso alle professioni perché il Codice Civile negava alle donne il diritto di esercitare pubblici uffici.
Chi all’epoca cercò con tutte le forze di praticare l’avvocatura in Italia fu Lidia Poët. Nata a Perrera, un piccolo comune del pinerolese, si laureò nel 1881 in Giurisprudenza. Dopo due di anni di praticantato, poté finalmente fregiarsi del titolo di avvocatessa: fu la prima donna in Italia, iscritta all’Albo degli Avvocati e dei Procuratori legali di Torino. Ma immediatamente partì la protesta da parte degli uomini che argomentavano l’impossibilità delle donne di esercitare le libere professioni data la loro “evidente” inferiorità intellettuale e in particolare, poi, la pratica dell’avvocatura era una forma di funzione pubblica e pertanto preclusa per legge alle donne.
Alle donne era concesso l’esercizio di un’unica professione: l’insegnamento perché confacente al ruolo di madre.
Così i giudici della Corte d’Appello di Torino, nel novembre del 1883, decisero di cancellarne l’iscrizione motivandola così «L’avvocheria è un ufficio esercibile soltanto da maschi e nel quale non devono punto immischiarsi le femmine».
«Disdicevole e brutto veder le donne discendere nella forense palestra, agitarsi in mezzo allo strepito dei pubblici giudizi, accalorarsi in discussioni che facilmente trasmodano, e nelle quali anche, loro malgrado, potrebbero esser tratte oltre ai limiti che al sesso più gentile si conviene di osservare: costrette talvolta a trattare ex professo argomenti dei quali le buone regole della vita civile interdicono agli stessi uomini di fare motto alla presenza di donne oneste».
Lidia Poët per lunghi anni difese il suo diritto di esercitare la professione di avvocato, ma unitamente si batté perché le donne potessero esercitare il mestiere per il quale avevano studiato. Nel luglio 1919, il Parlamento approvò la legge Sacchi n.1176, che ammetteva ufficialmente le donne alle professioni ed ai pubblici impieghi, ad esclusione della magistratura, dell’esercizio di diritti o potestà politiche e della difesa militare dello stato.
Nel 1920 Lidia Poët si riscrisse all’Ordine degli Avvocati, si riappropriò del suo titolo di avvocatessa e a 65 anni compiuti tornò ad indossare la toga.
Morì nel 1949.
Sono passati 100 anni esatti dalla legge Sacchi.
Non dimentichiamoci di queste eroiche donne
Maria Grazia Colombari
Sii te stesso; tutti gli altri personaggi hanno già un interprete.
Elsa Morante è riconosciuta come una delle autrici più rappresentative della scena letteraria del Novecento. Le sue opere attirano l’attenzione della critica per la notevole capacità narrativa di penetrare in un mondo in cui i personaggi presentano sempre una psicologia realistica e rifiutano dottrina, strutture e istituzioni della storia.
È tra le poche autrici a comparire nelle antologie letterarie per l’insegnamento italiane. Scrittrice autorevole, si impone nella cultura della metà del Novecento, principalmente dominata da scrittori, attraverso alcune prove narrative assai riuscite. Gino Tellini evidenzia in Il romanzo italiano dell’Ottocento e Novecento (Tellini 2000: 332) come il decollo della narrativa nuova in Italia avvenga a partire dagli anni ’30 ad opera di una generazione di autori in cui spicca, come sola autrice, il nome della Morante. «L’inquietudine sperimentale e il disordine programmatico della generazione mutilata dal primo conflitto mondiale lasciano campo ad un differente sperimentalismo operativo e più pragmatico già orientato verso un’inedita orchestrazione di racconto» (nel medesimo volume: 332).
Nelle antologie letterarie per l’insegnamento degli ultimi decenni si stagliano soprattutto i due grandi romanzi morantiani L’isola di Arturo e La storia da cui vengono tratti alcuni passi significativi. In La storia la rievocazione storica del periodo antecedente la seconda guerra mondiale, ben rappresentata dalla Morante, assieme alla figura di Useppe rappresentano i due punti cardine su cui ruota l’analisi proposta. Il mondo rappresentato è toccato profondamente dalla tragicità del periodo: lo scoppio della guerra, i bombardamenti, le deportazioni, le tante privazioni con annesse le sofferenze patite, non impediscono al bambino di affacciarsi alla vita con quell’entusiasmo tipico infantile. Il linguaggio utilizzato dalla Morante è realisticamente crudo, non artefatto. I quadri descrittivi sono di forte impatto emotivo nel lettore e si incastrano perfettamente nella narrazione. Se il romanzo è stato accusato di essere troppo corposo e di risultare non perfettamente lineare, la possibilità di estrapolare alcuni passi conferma come il metodo del dettaglio significativo risulti efficace nel dar conto dell’intera storia, e nel caso di un romanzo come La storia, anche del considerevole arco di tempo cronologico in cui a dominare sono le relazioni che si instaurano a livello familiare e sociale. Si tratta di una letteratura, che nel caso della Morante, diventa riconoscibile.
L’isola di Arturo offre parecchi spunti di riflessione: in questo racconto il protagonista, alle prese con una faticosa accettazione della propria crescita, vive i turbamenti adolescenziali in un contesto favolistico. L’itinerario di formazione si coniuga con l’ambiente isolano. Qui Arturo sarà soprattutto alla ricerca dell’uomo che diventerà. Seppur in un’ottica di mescolanza, in questo romanzo si stagliano i passi interpretati come inno all’adolescenza e la realtà va compresa senza preconcetti etici e utopici. L’autrice sceglie l’a-moralità nello sguardo infantile al di là del giudizio altrui.
In alcuni volumi antologici la scelta sui passi riguardo L’isola di Arturo appare più azzardata: l’attrazione verso la matrigna sconvolge la vita del ragazzo e l’autrice abilmente crea una situazione in cui è la parte ritmica a sostenere l’azione. Si tratta di una scelta che impone un’analisi attenta sul particolare tipo di linguaggio utilizzato dall’autrice, ricco di contrasti semantici inseriti per far intendere sia il divario caratteriale dei protagonisti sulla scena, sia le diverse realtà in cui si trovano a vivere i personaggi del romanzo. I luoghi dell’isola hanno una doppia valenza: da posti incontaminati, diventano in seguito fautori dell’oggettivarsi della condizione psicologica ed esistenziale su cui si fonda la giovinezza di Arturo, che non può che rimanere prigioniero e proiettarsi in un altrove diverso attraverso la propria immaginazione.
Anche per ciò che concerne La storia appare significativo qualche azzardo. La storia non vede trionfare alla fine il bene, o una qualche sorta di giustizia divina: Useppe rimane vittima della malattia. Vive la propria infanzia in un mondo adulto circondato da una brutalità bieca e il lettore non può che prendere atto di questo universo, assurdo, ma purtroppo reale.
Uno dei punti interessanti della ricezione antologica di Elsa Morante è la comparazione con autori coevi che non si presenta uniforme da volume a volume: se in alcuni, il nome della Morante è accostato ad autori che trattano le stesse tematiche – da Hesse,a Musile Man, racconti dove prevale l’indagine psicologica colta nel periodo adolescenziale, in altri le proposte laboratoriali valorizzano le autrici che raccontano un nuovo modo di concepire il mondo basato sui rapporti umani nella loro complessità.
In altri volumi ancora si privilegia il rapporto tra Letteratura e Cinema. Non mancano, quindi i riferimenti al capolavoro di Tomasi di Lampedusa, il Gattopardo e ad altre opere che si prestano a rivisitazioni cinematografiche come quelle di Sciascia ed Eco, con qualche accostamento a Vassalli e Tabucchi, Bassanie Camilleri.
Elsa Morante è un’autrice atipica. Ha utilizzato spesso e volutamente una narrazione in cui i protagonisti sono maschi. Il suo linguaggio è saldamente autonomo, riconoscibile e sicuro all’interno della panoramica letteraria novecentesca. Se in prevalenza i passi antologizzati tendono a valorizzare, come termine di confronto il periodo di crescita e adolescenziale (L’isola di Arturo) e l’infanzia nel romanzo La storia connesso allo scenario storico della seconda guerra mondiale, l’ampia gamma di racconti morantiani apre ad altre possibili soluzioni di scelta antologica. Qualche accenno a Menzogna e sortilegio si rileva in alcune antologie.
Cesare Garboli ha posto l’attenzione sul problema di una necessaria riscoperta alla luce di alcune riconsiderazioni critiche che si possono leggere nella «Premessa» al secondo volume dei Meridiani, pubblicato nel 1990. Elsa Morante si identifica in «un Autore estraneo a ogni scuola e modello, scrittore precoce, ma di un’originalità tardiva» (Porciani 2019: 158).
Qualcosa in me si agitava di nuovo e di inesprimibile. Una commozione sorda, senza cagione fissa, mi teneva di continuo. Un bisogno di dolcezza, di tenerezza; una brama indistinta di poesia, di colori, di suoni, un languore per cui il mio essere veniva a momenti rapito nel sogno di estasi ignote…Quando mi scotevo, non riuscivo a riguardar intera la realtà.[1]
Una donna di Sibilla Aleramo esce nel 1906. Si tratta più che di un’autobiografia di un’esperienza di sé tradotta in scrittura. Il romanzo ha una struttura tripartita: nella prima parte, la scrittrice narra la propria memoria d’infanzia e la sua prima giovinezza; nella seconda, dal racconto emerge la consapevolezza “del venire al mondo della donna”, e nell’ultima parte la scrittrice descrive la sofferta separazione dal proprio nucleo familiare e l’inizio di una nuova fase che reca la storia dell’anima dell’autrice. A partire dalla biografia intellettuale e dalla città natale dell’autrice, Alessandria, la vicenda ha inizio nel 1876.
La famiglia medio borghese della protagonista di Una donna ha nella figura del padre il riferimento più importante per la ragazza, un modello esemplare e con cui lei stabilisce una relazione magistrale accompagnata da una vera e propria idealizzazione. La madre, seppur acculturata, è invece una figura più defilata e si dimostra succube del marito. Socio in un’impresa industriale, il marito ottiene una proposta di avanzamento in carriera a Civitanove Marche, dove si trasferisce anche Sibilla.
La ragazza, entusiasta di aver avuto dal padre un incarico importante in fabbrica, si trova però ben presto a vivere in una città di provincia, in un paesaggio totalmente nuovo. L’uomo non ha un buon rapporto con il resto della cittadinanza e tra i dipendenti, Sibilla incontrerà un giovane che di lì a poco sarebbe diventato suo marito. Il matrimonio a cui arriva Sibilla, è segnato da una precoce e inattesa violenza. Nonostante le perplessità paterne, la ragazza decide di sposarsi.
Ben presto le differenze culturali tra i due iniziano a pesare fortemente sul matrimonio. Anche la nascita felice di un figlio non riesce ad abbattere i confini relazionali, sociali e culturali tra i due coniugi. Sibilla nonostante la “schiavizzazione e le umiliazioni che è costretta a subire dal marito, riesce a trovare spazio per una propria crescita professionale e a Roma, approfittando di un periodo di lontananza dal marito, inizia a collaborare a qualche rivista entrando in contatto con ambienti che la stimolano sul piano letterario e culturale.
Nel frattempo la donna scopre le continue infedeltà del padre e inizia un processo di deroicizzazione del mito paterno che viene infranto: si assiste ad una progressiva metamorfosi e la ragazza perde il punto di forza in cui credeva fortemente: il padre passa dall’essere un oggetto d’amore, a oggetto d’orrore.
La protagonista sente tutta l’infelicità che ha accompagnato l’esistenza della madre. Decide quindi di compiere una scelta drastica e assolutamente non permessa a quel tempo: abbandonerà la famiglia lottando tenacemente per vedersi riconoscere i diritti fondamentali per ogni madre. La tutela genitoriale però le verrà brutalmente negata.
Il libro diventa un caso letterario e sono gli stessi scrittori a lei contemporanei, a non condividere le scelte di Sibilla. Qual è il significato di “dovere” per una madre?
Il libro è un’occasione per entrare nel mondo dell’emancipazione femminile. Una donna diventa un’opera di verità, di cultura del materno osservata in un’ottica garantista, di una letteratura sociale e ideologica all’interno di una voluta battaglia rivoluzionaria. Elsa Morante ricevendo una lettera da Sibilla Aleramo, intravede l’ansia profonda che pervade la scrittrice nel comunicare la propria esperienza. Si tratta di un passaggio generazionale in cui emergono le motivazioni della scrittrice enunciate come esigenza vitale nel trasmettere una traccia significativa, a partire dalla propria immagine di donna in lotta e in movimento verso l’acquisizione dei diritti fondamentali. “Mi volgo indietro a contemplare la mia storia con ammirazione e soddisfazione per quello che sono riuscita a fare;” Orgoglio nella diversità di genere denunciate con forza, senza nessun interlocutore.
Una donna come tempo della scrittura dell’anima diviene un percorso di introspezione per ricercare la radice del proprio sé. La parte finale possiamo interpretarla come un giornale intimo in cui la scrittrice esplicita in modo diretto ciò che prova, ciò che pensa e ciò che le interessa fare.
Le ultime pagine rappresentano una decisa volontà di riconoscimento, una scrittura osservata come barometro dell’anima che reca in sé grumi di pensiero. Un romanzo in cui finalmente l’autrice dà ascolto al proprio io, svelandosi attraverso una scrittura che assume una veste salvifica di liberazione.
Mariangela Lando
[1]S. ALERAMO, Una donna, Milano, Feltrinelli, 1906, p. 187.
L’8 Marzo nasce nel 1910 di Maria Grazia Colombari Copenaghen 28 agosto 1910: la Conferenza Internazionale delle Donne, su proposta della socialdemocratica tedesca Klara Zetkin istituì la “Giornata internazionale della donna” e venne stabilita come data l’8 Marzo. Scopo dell’iniziativa era ottenere per le donne parità di trattamento rispetto agli uomini e l’estensione del diritto di voto. Klara Zetkin è stata una delle voci più importanti del movimento femminile nel panorama europeo inizio del XX secolo: anticipò le rivendicazioni che oggi vanno sotto il nome di “pari opportunità”, si battè per una legislazione a protezione della donna lavoratrice, per l’educazione e la protezione dell’infanzia. Dal 1891 al 1917 diresse un quotidiano femminista dal titolo emblematico: Die Gleicheit, Uguaglianza. L’UDI (Unione donne italiane) celebrò la Prima Giornata della donna nelle zone dell’Italia libera l’8 marzo del 1945 e nel 1946 questo giorno venne riconosciuto ufficialmente e la mimosa ne divenne il simbolo. Furono Teresa Noce, Rita Montagnana e Teresa Mattei, deputate che facevano parte dell’Assemblea Costituente, a volere questo fiore come emblema del coraggio delle donne. La scelta della mimosa ha infatti un’importanza storica ben precisa. Era il fiore che i partigiani erano soliti regalare alle staffette. Ma cosa significa festeggiare l’8 marzo? Intanto è bene eliminare il termine “festa “: è fuorviante, offensivo ed inopportuno. L’8 marzo è, e dev’essere, la giornata che ripercorre la storia delle lotte femminili. Scrivere la storia dalla parte delle donne non vuole dire scrivere una storia diversa ed opposta alla Grande Storia e neppure vuol dire contrapposizione ideologica. Scrivere la storia al femminile vuol dire restituire un quadro di verità a tante protagoniste, alcune sconosciute, altre più note dimenticate in un angolo della storia E allora ricordiamo il nome di alcune di loro: Anna Maria Mozzoni, Maria Montessori, Emmeline Pankurst ,Olympe de Gouges, Alexandra Kollontaj, Anna Kuliscioff e Lilly Ledbetter che, durante la Presidenza Obama, è riuscita a far approvare la legge, che porta il suo nome, per la parità dei salari uomo/donna. L’8 marzo dobbiamo ricordare tutte quelle lavoratrici americane morte per aver avuto il coraggio di scioperare per le disumane condizioni di lavoro. L’8 marzo dobbiamo ricordare la vita difficile delle mondine che con la loro determinazione e le loro forti proteste sono riuscite ad ottenere per tutti, uomini e donne, la riduzione della giornata lavorativa, che a volta arrivava alle 13 ore, ad 8 ore. L’8 marzo dobbiamo ricordare le tante donne “invisibili” private di ogni diritto: del diritto di studiare, di aver giustizia, della libertà di parola. E, anche se è il 6 febbraio la giornata come la Giornata internazionale contro le mutilazioni genitali femminili, l’8 marzo dobbiamo ricordare tutte quelle donne che, nel rispetto di un’ancestrale tradizione che pensa solo al maschile, sono infibulate per procurare piacere agli uomini a cui poco o nulla importa che le donne ne siano private.. Per contrastare questa pratica barbara e violenta, che per effetto dell’emigrazione cominciò ad essere praticata anche in Europa dal 1980 è entrata in vigore, in Italia, la Legge 9 gennaio 2006, n. 7 contro la mutilazione genitale femminile (Legge Consolo) L’infibulazione rappresenta una grave violazione dei diritti umani ed è una delle più evidenti dimostrazioni di dis-parità di genere e di discriminazione sociale. L’8 marzo ricordiamoci anche di loro! Nel dicembre del 1977 L’ONU, con la risoluzione 32/142, stabilì l’8 marzo “Giornata delle Nazioni Unite per i diritti delle Donne e per la pace internazionale”. Ripassare ogni tanto la storia fa bene fa riflettere sulle difficoltà incontrate dalle donne che in questo giorno meritano di più di una cena e di una mimosa.
Nata il 25 dicembre del 1825, Clarissa Barton fu prima docente modello negli Stati Uniti, fondatrice e prima presidente della Croce Rossa della sua nazione. In un periodo storico in cui anche negli ambienti statunitensi considerati più aperti, le donne lavoratrici erano davvero in minoranza, Clara (nome che compare spesso) seppe guadagnarsi la stima e la fiducia del mondo politico-istituzionale che gravitava attorno a lei. Il pieno e totale servizio alla Croce Rossa Americana nel sostegno alle vittime di guerra e di catastrofi le valse numerosi riconoscimenti.
Dal 1976 fa parte della Hall of Fame for great Americans.
La più giovane di 5 fratelli (Dorothy, Sally, Stephen e David Barton), Clara visse un’infanzia felice venerando, fin da piccola, la personalità del padre, Steve Barton, che aveva combattuto in prima linea nelle guerre contro gli indiani in Michigan e in Ohio. La giovane aveva manifestato da sempre il desiderio di diventare un’infermiera, dimostrando in più occasioni la sua sensibilità soprattutto in occasione dell’incidente accorso al fratello David quando cadde dal fienile all’età di 11 anni. Sebbene il medico non avesse dato nessuna speranza di vita al giovane, Clara con sorprendente determinazione, si era prodigata molto per la sua salute, riportandolo in salute con caparbietà e competenza medica.
Vita professionale
Divenne insegnante nel 1837 ad Oxford, in Inghilterra. Ma è del 1850 la decisione che cambiò radicalmente la vita della Barton. Determinata a diventare infermiera, decise di partire per gli Stati Uniti nel 1850 per proseguire la sua formazione apprendendo la lingua americana in breve tempo presso il Clinton Institute di New York. Conclusi gli studi brillantemente, Clara riuscì in seguito ad aprire una scuola per coronare il sogno di diventare infermiera nel New Jersey.
La sua eccezionale bravura le permise di diventare in breve tempo una delle insegnanti più apprezzate e l’Istituto si ampliò di molto consentendo in breve tempo l’ingresso di ben 600 studenti. Ma il Consiglio invece di premiarla, sorprese la donna, eleggendo alla Presidenza un uomo. Il cammino di emancipazione femminile anche negli Stati Uniti subiva quindi una battuta d’arresto.
Con una malcelata scontentezza viva nel proprio animo, seppur mai arrendevole, Clara Barton decise di trasferirsi nel 1854 a Washington dove riuscì ad ottenere un impiego prestigioso come impiegata nella US Patent Office (ufficio brevetti). Questa era la prima volta che
una donna aveva un incarico dal governo federale, con uno stipendio paritetico a quello maschile. Successivamente, a causa di alcune associazioni sociali che ostacolavano l’ascesa lavorativa femminile, la presenza delle donne negli uffici fu notevolmente ridimensionata e nel 1857 (sotto l’amministrazione di James Buchanan) il suo stipendio venne ridotto in maniera drastica. In seguito all’elezione al governo di Abraham Lincoln la situazione migliorò sul piano sociale, e la Barton, dopo aver vissuto con familiari ed amici in Massachusetts per tre anni, riottenne il proprio incarico all’ufficio brevetti nell’autunno 1860, come copista.
Era la prima donna a ricoprire negli Stati Uniti una carica governativa.
Guerra Civile Americana
Il 1864 fu un anno memorabile per Clara Barton. Grazie alla sua lodevole opera assistenziale svolta negli ospedali americani, le venne dato l’appellativo di Lady in charge dall’Unione Generale guidata da Benjamin Butler al fronte di Army of the James. Tra le sue esperienze più toccanti si ricorda un incidente in cui una pallottola le lacerò la manica del vestito, pur senza colpirla ed un caso in cui dovette difendersi uccidendo un uomo in cura che l’aveva pesantemente minacciata. Per il grande lavoro svolto al servizio della Croce Rossa Americana, è conosciuta anche come l’angelo del campo di battaglia.
Croce Rossa Americana
Terminato il conflitto, Clara Barton diventò collaboratrice all’ufficio soldati dispersi al 437 seventh street, Northwest Washington, DC nel quartiere Gallery place. La Barton ottenne ampio riconoscimento fornendo lezioni in tutto il paese sulle sue esperienze di guerra. Un incontro fortunato fu quello con Susan B. Antony che si trasformò ben presto in una proficua collaborazione con il movimento delle suffragette. La donna strinse amicizia con Frederick Douglass e divenne un’attivista per i diritti civili dei neri. Nel 1869, durante un suo viaggio in Svizzera, fu introdotta nella Croce Rossa. Nel 1870, all’inizio del conflitto franco prussiano, si prodigò a servizio della Granduchessa di Baden nella preparazione degli ospedali militari ed entrata a far parte della Croce Rossa, diede un aiuto concreto alla causa assistenziale e medica del tempo. Su richiesta congiunta delle autorità tedesche e del Comitato di Sicurezza di Strasburgo, nel 1871 coordinò le operazioni per il sostentamento dei poveri di Strasburgo, e successivamente nel 1872 a Parigi, dopo il suo assedio. Terminata la guerra, le fu riconosciuto il suo prezioso aiuto e le fu offerta una stupenda Croce d’oro di Baden nonché l’ambita Croce di Ferro della Germania.
Quando Clara Barton tornò negli Stati Uniti, si adoperò per ottenere finalmente il riconoscimento del Comitato Internazionale della Croce Rossa da parte del governatorato degli Stati Uniti, un progetto ambizioso a cui aveva iniziato a lavorare sin dal 1873. Il popolo americano era convinto che un evento catastrofico come la guerra civile non si sarebbe mai più ripresentato all’orizzonte. E ne era convinta pure la stessa Clara Barton; purtroppo però alcune avvisaglie politiche presagivano un simile ed imminente avvenimento. La Barton, vicina ormai agli ambienti politici del tempo ed in particolare all’amministrazione gestita da Chester Arthur, appoggiò la creazione di un organo per rispondere ad una eventuale crisi di guerra. Clara Barton divenne Presidente della sede americana della Croce Rossa il 21 maggio del 1881 e tenne la sua prima riunione ufficiale nel suo appartamento in Washington, DC lo stesso memorabile giorno. La prima società locale venne fondata nell’agosto 1881 a Dansville, nella Contea di Livingston, New York dove Clara mantenne una bella casa di campagna. Il ruolo della società era notevolmente cambiato con l’avvento della guerra ispano-americana, durante la quale si contavano numerosi profughi e prigionieri della guerra civile. L’apporto medico assistenziale coordinato dalla Barton fu di fondamentale importanza.
Nel 1896, in risposta alla crisi umanitaria nell’Impero Ottomano e a seguito dei massacri hamidiani, la Barton prese decisioni anche politiche di rilievo, si recò a Costantinopoli e dopo lunghe trattative con Abdul Hamid II ottenne l’apertura della prima sede internazionale della Croce Rossa Americana in Turchia.
Il suo lavoro si estese anche all’America meridionale svolgendo con passione il suo lavoro anche negli ospedali di Cuba nel 1898, all’età di 77 anni. L’ultima operazione che la Barton svolse come presidente della Croce Rossa americana fu di aiutare le vittime dell’uragano Galveston nel 1900. In suo onore venne istituito anche un orfanotrofio per i bambini.
Anche dopo le sue dimissioni, avvenute in tarda età nel 1904, non si fermò la sua opera umanitaria: Clara Barton fondò la Società Nazionale di Primo Soccorso. La donna morì di tubercolosi il 12 aprile 1912, all’età di 90 anni, a Glen Echo, Maryland, con i più cari amici al suo fianco.
Per ricordarla è stato innalzato un monumento storico, il Clara Barton National Historic Site, al 5801 Oxford Road, Glen Echo, Maryland, proprio nel luogo dove lei visse negli ultimi 15 anni della sua vita. La guerra di secessione americana fu combattuta dal 12 aprile 1861 al 26 maggio 1865 fra gli Stati Uniti d’America e gli Stati Confederati d’America, entità politica sorta dalla riunione confederale di Stati secessionisti dall’Unione.
La Croce Rossa Americana nacque a Washington, D.C, il 21 maggio del 1881 per iniziativa di Clara Barton, che fu il primo presidente dell’organizzazione. Possiamo quindi intuire come sia stato davvero un cammino lento e irto di difficoltà quello intrapreso da Clara Barton per poter vedere concretizzato il desiderio di un’efficiente organizzazione socio-assistenziale e medica a favore delle centinaia di migliaia di soldati feriti durante il drammatico conflitto.
Le missive, tratte dal volume Clara Barton Humanitarian: From Official Records Letters, and Contemporary Papers (Corra Bacon-Foster, Columbia Historical Society (Washington, D.C.), testimoniano innanzitutto come ogni richiesta iniziale da parte di Miss Barton dovesse necessariamente passare per gli organi competenti con sede a Whashington. La Barton si fa strada e conquista sin da subito la stima e la fiducia di tutti coloro che occupavano incarichi di un certo prestigio, sia nel comparto medico, che in quello politico-istituzionale del tempo.
Deliberato che ringraziamo e soprattutto rendiamo omaggio alla donna che è la vita e lo spirito della Croce Rossa, lei che è l’incarnazione del principio salvifico di dare la vita per un amico, il cui amico è colui che non ha amici e il cui incarico è il più straordinario e dovrebbe essere esaltato al di sopra delle regine e le cui conquiste sono più grandi delle conquiste delle Nazioni o delle invenzioni dei geni è colei che è giustamente incoronata nel meriggio della sua vita con l’amore e con l’ammirazione di tutta l’umanità: Miss Clara Barton.
La Contessa di Castiglione, al secolo Virginia Oldoini, è stata una delle donne più affascinanti e discusse del panorama europeo della seconda metà del 1800. Nata nel 1837 da un’ottima famiglia di La Spezia, colta, straordinariamente intelligente e bella, sposa giovanissima un nobile. Entrata nelle simpatie di Cavour, cugino di suo marito, si avvicina ai Savoia e viene ben presto coinvolta in trame politiche internazionali. Inviata alla corte di Francia per favorire la causa indipendentista italiana, conquista l’alta società parigina con il suo fascino e la sua esuberanza. Mondana, desiderata dagli uomini, invidiata dalle donne e molto chiacchierata, diviene presto amante di Napoleone III, primo di molti potenti uomini a cui si lega. Nel tempo, dopo il periodo alla corte napoleonica, il suo prestigio declina e si allontana progressivamente dalla vita di corte per trascorrere sola nella sua residenza di Parigi gli ultimi anni della sua vita.
È nei primi anni parigini che entra in contatto con il fotografo Pierre-Louis Pierson, del prestigioso studio Mayer & Pierson, ed è con lui che nel corso di alcuni anni realizza una raccolta di circa 700 ritratti fotografici. Perfetto esempio dello stile fotografico dell’epoca, le fotografie della Contessa costituiscono un corpus straordinariamente ampio e di assai costosa realizzazione per l’epoca e allo stesso tempo originalissimo nella trattazione dei soggetti. Pierson fotografa messe in scena elaborate in cui la Contessa incarna personaggi letterari, storici e biblici e in cui reinterpreta scene della sua stessa vita, sfoggiando lussuosi e sofisticati abiti e posando su fondali appositamente realizzati o negli interni di appartamenti riccamente arredati. In questa attività, di per sé già piuttosto peculiare, avviene un fatto ancora più singolare, precedente il momento dello scatto: non è tanto il fotografo Pierson a orchestrare le messe in scena e le pose di Oldoini, quanto Oldoini stessa a idearne e dirigerne ogni dettaglio. Ella sceglieva personalmente le scene da rappresentare, le ambientazioni e gli abiti delle pose, ma non solo: dirigeva il fotografo anche su questioni tecniche quali l’angolatura dello scatto, l’inquadratura e il tipo di luce da utilizzare. Ci troviamo di fronte a un vero e proprio rovesciamento (anomalo) del rapporto fotografo-soggetto, in cui è generalmente il primo a dirigere il secondo. Visti questi fatti, qualcuno è giunto a chiedersi se non si possa parlare della Contessa di Castiglione come della vera autrice di questo corpus di fotografie.
Le fotografie di Oldoini sono state più volte designate da storici dell’arte come anticipatrici della body art. Il loro carattere performativo, in cui l’utilizzo consapevole ed esibito del corpo diventa mezzo espressivo di contenuti narrativi e autorappresentativi avvicina l’opera della Contessa di Castiglione alle avanguardiste degli anni ’60, che facevano del loro corpo un mezzo per un’espressione politica libera. In aperto contrasto con l’oggettivazione della donna, esse utilizzavano il loro corpo come strumento per portare avanti una narrazione diversa, incentrata sull’introspezione e sulla veicolazione di esperienze personali di carattere emotivo e psicologico. Questo processo era reso possibile tramite una riappropriazione del corpo femminile e del suo linguaggio come mezzo espressivo.
Per quanto lontani da concettualizzazioni dell’opera d’arte tipiche della body art, i ritratti della Contessa di Castiglione si avvicinano in maniera sorprendente a queste pratiche. Il disporre scientemente e deliberatamente del proprio corpo per inscenare narrazioni di vissuti personali e di eventi storici e letterari e il registrare queste messe in scena tramite la fotografia – che al tempo iniziava a delinearsi come forma d’arte – fa della Contessa un’anticipatrice di aspetti tecnici e di temi femministi della body art. Molto prima che il discorso della libertà del corpo femminile nell’arte fosse apertamente sollevato, ella esibisce nei suoi ritratti una sensualità e una performatività, spesso erroneamente confuse per sessualizzazione del corpo, che sono invece una riappropriazione di elementi vitali della sua femminilità e della sua storia, che diventano espressione di una visione di sé precisa e rivendicata. Inoltre, Oldoini si rende protagonista davanti e dietro all’obiettivo e afferma la sua capacità narrativa e auto-rappresentativa mettendo in scena performance di cui non solo è protagonista, ma soprattutto ideatrice.
Questi elementi, uniti al dato storico che il fotografo di questi ritratti ha avuto un ruolo molto marginale nella loro concezione – è stato mero operatore -, mettono in luce il ruolo della Contessa di Castiglione come effettiva autrice delle fotografie che la ritraggono, le quali a loro volta, più che semplici ritratti, possono essere prese in considerazione come autoritratti di una precorritrice della performance. Prima donna a disporre liberamente del proprio corpo nella pratica fotografica, Virginia Oldoini si afferma come pioniera di un femminismo artistico che germina nella sua figura e si sviluppa fertile durante il Novecento. Proto-femminista della fotografia di ritratto, è stata portatrice di uno sguardo di straordinaria freschezza e originalità per il suo tempo e per molto tempo a venire.
Quando il giardino è grande e i fiori sono tanti è probabile scegliere senza che qualche bel fiore ci sfugga?…“Quando surge ad aprire Zefiro dolce le novelle fronde”
Dai nostri poeti viventi è il titolo di un’antologia poetica curata da Eugenia Levi[1], uscita per la prima volta nel 1891 (Loescher e Seeber editori, Firenze), poi in seconda edizione accresciuta nel 1896 (Le Monnier, Firenze) e infine nella terza notevolmente aumentata, nel 1903 (Lumachi, Firenze). Si tratta di un volume in cui l’autrice compie una ricca selezione di liriche di poeti italiani viventi nel 1903, che scrissero e pubblicarono versi nel periodo più o meno compreso tra il 1860 ed il 1902, con l’aggiunta, nell’appendice, di pochi altri poeti scomparsi negli anni immediatamente precedenti alla pubblicazione dell’ultima edizione, considerati dalla curatrice così fondamentali da non poter esserne esclusi. Nel volume figurano i massimi nomi della nostra letteratura italiana del tempo; sono antologizzati oltre 100 poeti, nomi di assoluto rilievo, qualcuno oggi ingiustamente dimenticato, come ad esempio le due poetesse Maria Alinda Brunamonti Bonacci e la Contessa Lara (all’epoca entrambe quotatissime).
Tra le altre voci inserite si segnalano: Pascoli, Carducci, De Amicis, Baccelli, Boito, Fogazzaro, Nencioni, Rapisardi, Peleo Bacci, Giacosa, Marradi, Capuana, Costanzo, Panzacchi, Pirandello, Graf e l’inserimento di ben tredici autrici: Vittoria Aganoor, Sylvia Albertoni, Ida Baccini, Angelina De Leva, Rosmunda Tomei Finamore, Luisa Giaconi, Elda Gianelli, Marianna Billi Giarrè, Celide Lancerotto, Ada Negri e Annie Vivanti.
«Dal poeta chiedete il canto, chiedete il nome, non chiedete biografia. La vera sua vita, i momenti quando per lui Amore spira ed egli nota e va significando, chi la saprebbe descrivere! Ascoltiamo con intelletto d’ Amore, quei momenti rivivranno in noi»[2]
Con questo incipit Eugenia Levi apre la pagina del suo volume Dai nostri poeti viventi con l’indice degli autori scelti. L’intento è chiaro fin dalle prime parole: il volume, dedicato alla lirica italiana ottocentesca, non ci fornisce notizie biografiche sui singoli autori e autrici presenti e selezionati accuratamente dalla Levi, ma è un invito al lettore che avrà il piacere di scoprire a poco a poco il singolo poeta, delineando alcuni momenti che l’autrice considera essenziali per la comprensione biografica, culturale e letteraria del poeta preso in esame; l’attenzione è sempre rivolta al lettore che avrà la possibilità di cogliere le sfumature e le variegate facce dell’Amore arrivando al suo significato più autentico. Con queste righe Eugenia Levi pare quasi voler avvolgere la vita dei poeti con un’ombra di sacralità. Questa breve, ma significativa, nota dell’autrice vuole anche giustificare quella che sarà una scelta stilistica delle sue antologie, quella cioè di non riservare molto spazio alla biografia degli scrittori, concentrandosi invece sui testi. A nostro avviso può risultare una scelta innovativa, forse vincente.
Evidenti i rinvii al dolce stil novo L’autrice intraprende effettivamente un gioco di rimandi letterari allo stilnovismo e in particolare a Dante. Questo gioco è caratterizzato dal gusto di svolgere temi e immagini antiche in un contesto novecentesco. Il richiamo all’ intelletto d’Amore ci pare richiamare le “ragioni del cuore” di cui parlava Pascal per indicare quella dimensione propriamente umana dei sentimenti, la parte spirituale dell’uomo, che non è solo ragione speculativa, ma è aperta invece alla trascendenza.
Il libro rappresenta un invito accorato ad accostarsi ai versi della poesia italiana ottocentesca perché gli stessi possano vibrare di nuova luce nel lettore. Parole che richiamano ad un connubio tra autore e lettore estremamente importante e basilare per la lettura completa dell’antologia. Questo stimolo iniziale porterebbe quasi ad addentrarsi immediatamente nella lettura e analisi interpretativa dei passi inseriti, omettendo per l’appunto proprio la parte biografica che la stessa autrice sospende in parte per gli autori inseriti.
Temi
Il bel volume curato dalla Levi mette in rilievo alcune tematiche che si alternano sfogliando le pagine dell’antologia. Se il tema dell’amore è tratteggiato in maniera costante dall’autrice in tutte le sue forme e funge da struttura portante dell’intero volume, accompagnando sia l’autrice che il lettore in questo binomio di composizione e di lettura, i passi fanno emergere anche altre rappresentazioni realistiche e simboliche, come la natura e il paesaggio, i ritratti femminili, le aurore e i quadri vespertini.
I paesaggi e scorci cittadini
L’Agro Romano è abilmente tratteggiato da Alfredo Baccelli assieme all’immagine del Lago Cavloccio: quest’ultimo, pur rappresentando un romito luogo fra le Alpi, improvvisamente si apre collegando la terra con l’infinito del cielo, un dipinto tra la realtà terrena e i desideri paradisiaci: «robusto cupo, verdeggia e le acque senza vento con intorno le boscose cime e il ripido ghiacciaio che il sole irradia e dove s’apre una porta fra la terra e il cielo, fra il vero e i sogni». [3] Il paesaggio toscano, testimone di antiche tradizioni e sacralità, è descritto con le valli che circondano le colline pistoiesi; ecco celebrati i luoghi «dei patri fiumi fragorosi e sordi, ove riecheggiano le cantilene pei balzi e pei declivi», torrenti in cui il dato sensoriale si coniuga con quello visivo e memoriale, da cui parte e si respira il connubio legato alle tradizioni orali tramandate di generazione in generazione, tra l’antica gente enotria e l’attuale popolazione, dove il terreno in pendio, discendendo, rende la visione del castello di Vergiole ancora più diroccato. Le sensazioni tattili e odorose, quasi ossimoricamente avvicinate alle tombe, «di pruno odora e di pesco ogni avello»,[4] emergono nella lirica di Peleo Bacci.
Gli scorci cittadini si susseguono nell’antologia con l’affresco dedicato alla Certosa di Firenze ove emerge il contrasto tra le mura irradiate dal sole, l’interno silenzioso e leggermente freddo del santuario; qui infatti: «il sol dardeggia su le bianche mura del monastero e ne la chiusa cella è frescura e silenzio».[5]
Anche nella lirica carducciana Sole e amore affiora il candore dell’estremità della cattedrale, ammirata in un connubio tra il sole fiammeggiante e la sacralità delle raffigurazioni religiose poste in cima: «ove leva in roseo fulgor la cattedrale/le mille guglie bianche e i santi d’oro / osannando irraggiata. Intorno il coro bruno de’ falchi agita i gridi e l’ale».[6]
Antonio Fogazzaro dedica un’intensa lirica al capoluogo veneto dal titolo In San Marco di Venezia. Nella personificazione della basilica, l’imponente sua bellezza contrasta con l’assenza di un vigore dell’anima: «freddo è qual te mio spirto, o cattedrale / i tuoi mosaici misti d’ombra e d’oro / somigliano i fantasmi ch’io lavoro / del core nel silenzio sepolcrale».[7] Anche Ferdinando Fontana dedica a Venezia un componimento poetico in cui risalta il potere rasserenante del mare che rende la città più silenziosa: «A Venezia l’Adriatico perde gl’impeti fatali/ e si adagia, addormentandosi nei pacifici canali […] Tutto tace – Plebei e nobili, venturieri e mercatanti / giù, nel cupo sen dell’acque, sembran scesi scesi tutti quanti».[8]
Il castello di Miramare è ritratto invece nella lirica seguente nel suo aspetto più imponente e reso grigio dalle nubi e dal tempo nel poema carducciano Miramar: qui «le bianche torri / attediate/ attendono il volo di sinistri uccelli evengon le nubi […] meste nell’ombra…nubi a’ golfi che stanno guardando le città turrite / Muggia e Pirano ed Egida e Parendo, gemme del mare».
Echi mitologici e storici riecheggiano nella lirica Golfo di Trieste di Riccardo Pitteri:«E approderai dal più remoto lido cupidi d’uve e di buoi grassi e d’arti / gli Arabi industri, i Parti e quei che han posto a Calpe e a Tule il nido».[9]
I ricordi legati al paesaggio istriano vengono tratteggiati da Giuseppe Picciola: è un addio a Parenzo, località marina a cui il protagonista della lirica è legato. Si tratta di un addio quasi foscoliano alla propria terra, un esilio forzato che conserva il sapore del rimpianto, di un’amarezza per una condizione di vita non accettata.
Pitteri ci regala la rappresentazione paesaggistica e personificata anche della Sicilia dove si incrociano i due mari, il Tirreno e lo Jonio, in cui la vegetazione fa da sfondo alle montagne e al simbolo più rappresentativo della regione. L’Etna è: «l’isola bella, l’occhio dei mari», / scintillando a mattini umidi e chiari / l’onde dello Jonio e l’onde del Tirreno, […] qui dormono i fichi d’India su le rupi, innanti / a una verde catena di montagne. […] dall’erta il gregge pende / e l’Etna immane all’orizzonte fuma».[10]
Le acque
Il mare è rappresentato spesso nei componimenti poetici. In particolare, nell’antologia di Eugenia Levi, i poeti elaborano uno specifico sistema rappresentativo della natura: stabiliscono un nesso, una relazione creativa tra il linguaggio della natura e il linguaggio umano, tra l’elemento fisico, il pensiero e la parola. L’acqua, in particolare nei seguenti componimenti, ha un corpo, un’anima e una voce: più che in ogni altro elemento, attraverso l’acqua, i poeti istituiscono relazioni tra quel reale e quel poetico di cui parlano.
Contessa Lara, nel componimento La naufraga, dialoga con la protagonista; qui la potenza dell’acqua è associata all’immaginazione dinamica e vi cogliamo una corrispondenza tra il flusso imponente del mare e quello del pensiero inconscio: «Tu, per le azzurre trasparenze mobili / dell’acque scintillanti / che in lontananza un ampio cerchio segnano / tra i vapori del cielo […] vien contro la tua nave una femminea/forma che dormir sembra:/ bianca sorella dell’antica Ofelia / pur senza un fior su le marmoree membra […] morta son io: morta in un pallido / naufragio lontano / (ha tanti drammi il mare immenso!) or vagolo / con vario moto, inconscio avanzo umano».[11]
L’acqua reca con sé anche un tipo di sintassi, un fluire di parole che svincola la realtà legata agli oggetti. Alcuni ricordi che scaturiscono pensando all’acqua hanno più fascino, una maggiore incisività e consistenza perché intervengono aspetti inconsci più profondi, perché l’immaginazione evoca, in maniera più diretta, gli atti creativi.
G. A. Cesareo dedica due componenti all’Inno del Mare. E’ il sacro Mare che alleva i poeti e gli eroi in cui predomina la voce autoritaria della Natura, voce possente e mesta, voce temuta e oscura, che placa, incalza e regge; e ne’colloqui austeri che col gran ciel tu hai / amor che i germi schiude dall’onda Amor dirai / la tua suprema legge». I pescatori dell’Adriatico osservano la «maestosa fosforescente spuma che casca sul lido in languido abbandono e sembra sfruscio di strascico di seta dei dondolanti ulivi il bisbigliar». Nel mar non regna il silenzio, ma «le mille voci che urlano or minacciose e cupe, or carezzevoli, voci or di demoni, or di sirene lo fanno esclamar febbricitante».
Il paesaggio marino che rievoca echi mitologici delle origini, luogo natio dei poeti, rievocato nei passi precedentemente citati come scenario, sia dove l’acqua è presente fisicamente, sia attraverso un accostamento poetico dove non lo è, viene così a caratterizzarsi di una nuova natura, non più solo realistica. Attraverso la potente metafora dell’acqua, archetipo di vita in svariati aspetti, i poeti raccontano accanto all’origine biologica, anche dell’origine artistica della misteriosa sorgente della parola, cioè l’ispirazione poetica tratta dai luoghi che dal tempo della nascita arrivano a contemplare il mistero dell’anima come nei passi seguenti.
Vittorio Betteloni tratteggia il «lago nostro ove langue lo spirto e mal contende al gorgo che lo affonda in basse arene e il fango immenso sovra me stende».[12] Venezia quando «nel verde canal la muta gondola passa e a te manda un sorriso il gondolier sul remo agile prono». La barca è abbandonata «in cotesto seno melmoso del fiume fra gli alti giunchi e sembra una gran nera culla mossa dal vento, ma anche un allegro pesce guizzante sulla superficie dell’acqua; i fianchi si agitano come quelli di una fanciulla quando il braccio ardito dell’amante la stringe a sé.[13]
Guido Menasci in Leucas, coniuga il paesaggio marino con le infinite pene d’amore: «Mormoran l’onde, anime cui tortura / l’Amor venite; il nostro bacio è blando/ Noi sanerem un dì la vostra arsura, la vostra dolorosa febbre. Quando?»
L’immagine notturna del fiume Arno con le sue acque ove l’anima di Dante si rispecchia è il tema della lirica di Angiolo Orvieto. Enrico Panzacchi, rievocando miti ancestrali, sogna invece una donna, Ofelia, natante, addormentata tra le acque del fiume, ricco di alghe e sulle sponde adornato di fiori campestri: «Sul flutto che mi porta non splende mai l’aurora [..] dolce l’oblio: di Lete / alle dolcissim’onde / la stanca ala volgete, anime vagabonde».[14]
Ada Negri tratteggia le acque azzurre del fiume con echi dannunziani e coniuga un ritratto paesaggistico con la forza del proprio carattere: « il mite alcion sorvola / cinta di fiori sorgo – balda – campagnola, sciolgo una peana al sol / Chi arresta la corrente nel suo corso sfrenato […]. Il torrente che scroscia, la freccia scintillante, l’angel canoro io sono; or rondine vagante, or gufo sepolcral / Arte per te combatto, avvenire, t’attendo».[15]
Scorci di paesaggi
Luigi Capuana rappresenta paesaggi in cui la descrizione fisica si accompagna con un delicato desiderio sensuale di particolare effetto: qui il pensiero interpreta e modifica il paesaggio indirizzandolo verso modelli alternativi di interpretazione della realtà. Vi è poeticamente nelle liriche seguenti una linea di interpretazione della parola poetica, intesa non solo come strumento di espressione, ma come luogo simbolico in cui mente e mondo umano si incontrano e in cui il pensiero è associato, in alcuni casi, alla percezione della fisicità femminile; ecco un esempio nella seguente lirica di Capuana: i «paesaggi con luce mite, figure lievi e silenziose al suon di canti e di musiche velate dalla lontananza è bello sentir carezze di mani morbide e fresche, baci di labbra amorose tiepidamente soavi or nuovi poemi fantasticare».
Il desiderare nuove imprese dando vita ai sogni che divengono realtà diventa qualcosa che si vorrebbe vivere in eterno e che assomiglia all’epopea epica dei poemi omerici o del libro dei Re.
La lirica di Esilio Bicci ci fa invece intravedere lo scorcio degli Appennini che cela la vista della vallata in cui prevale il connubio tra il profumo d’incenso dei boschi, «irti di macchie e ricchi di viole», e gli zampilli delle cascate che si intrecciano con i rumori degli animali selvatici e il passare della vecchia locomotiva «per l’erto cammino ravvolta in una densa nube nera».
Anche Arrigo Boito in Re Orso presenta un ritratto notturno montano denso di colori, musicalità e richiami interrogativi: «il cielo è di cenere, le stelle si estinguono, la luna s’asconde, i tumuli, i culmini, le rupi, le fronde, le curve fantastiche – dell’erto, chi ulula? Un’upupa, – del lito – Chi vola? Una nuvola? Chi passa? Una foglia – dell’irta mandragola…ed un lamento che suona e muor..».
La Natura è tratteggiata in tutte le sue forme: i fiori con i loro cambiamenti stagionali offrono al lettore la sensazione di una ciclicità e di una ritualità che nella lirica seguente assumono una veste poetica di grande effetto: l’inverno è presentato ad esempio dalla poetessa Alinda Bonacci Brunamonti con ripetute personificazioni e metafore intense: in Fiori di gelo lacrimando i fiori sembrano dileguarsi nell’«algente mattin sopra i cristalli del balcon rameggiati, fiori e fronde con l’apparenza di vaghe fantastiche ghirlande in alabastro, giovinezza, arte e amore sono i fiori di gelo».[16] Il ricordo del monte di Ancona viene rievocato, per la stessa autrice, con il profumo dei ciclamini, pur essendo «pallido fioretto che teme i geli e il sole, si nasconde volentieri tra i cespugli e sull’erbose sponde d’un terso ruscelletto, il ciclamino è soave imago di un modesto affetto».[17] Sempre della stessa autrice, denso di reminiscenze letterarie dantesche e di rimandi al dolce stl novo è il poemetto Eco, ove «or di’ se amor s’apprende a gentile core esser può mai chi sia felice in terra per legge arcana di contento amore».
Giovanni Pascoli celebra il suo paese natio con le liriche Ricordi e Romagna. La rievocazione della propria terra natia è indiscutibilmente legata ai ricordi d’infanzia. Il fanciullo Pascoli si muove con libertà e curiosità, è capace di sopravvivere alle situazioni più difficili, dà la propria interpretazione a tutto ciò che sente, crea legami e relazioni con il mondo circostante.
Lo scrittore romagnolo utilizza il ricordo infantile inoltre perché questo gli permette maggiormente di guardare l’umanità con improvvisi slanci di stupore lirico. Nella prima parte delle poesie sopracitate lo scrittore rievoca i modelli letterari cavallereschi per rappresentare il mondo con gli occhi del bambino-eroe che lotta per affermare i propri bisogni. L’ambientazione di questa tematica è sempre il proprio paese, contenitore di tante esperienze, in cui è sempre forte il legame tra le persone, le cose, tra i luoghi e le situazioni: «sempre mi torna in mente al cuore il mio paese / cui regnarono Guidi e Malatesta / cui tenne pure il Passator cortese / re de la strada, re de la foresta [..] era il mio ido: dove immobilmente / io galoppava con Guidon selvaggio/ e con Astolfo: o mi vedea presente/ l’imperator ne l’eremitaggio».[18]
I versi pascoliani sono ricchi di allusioni, analogie, rapporti segreti. Il poeta presta attenzione agli innumerevoli suoni della natura: i canti di uccelli nel bosco, i voli dei passeri, le foglie che cadono e le misteriosi voci notturne.
Nei versi pascoliani la materia poetica si intreccia alla materia autobiografica sull’onda del ricordo e si allarga ad una meditazione sul mistero che circonda l’uomo e la natura; sembra esserci un velo di malinconia sulla rievocazione del passato e sugli aspetti che riguardano in particolare l’infanzia. In Anniversario, Lavandaie, La chiesa, Nevicata, Il Nido i ricordi associati al passato, sono memorie della propria giovinezza: « La chiesetta ancor ne l’alto svaria / tra le betulle e il tetto d’un intenso / rossor sfavilla nel silenzio alpestre / Il rombo delle pie laudi ne l’aria / palpita ancora; un lieve odor d’incenso/sperdesi tra le mente e le ginestre».[19]
La poesia pascoliana si rivela in profondità una poesia semplice, libera da incrostazioni ideologiche, in cui emergono figure e fatti quotidiani di vita, dietro i quali si intuisce la drammatica esperienza infantile dell’autore e una certa inquietudine.
«Per un attimo fui nel mio villaggio/ne la mia casa. Nulla era mutato/ Sentivo una gran gioia, una gran pena, una dolcezza ed un’angoscia muta» Sogno, «Quando brillava il vespero vermiglio/ e il cipresso pareva oro» «Lo so: non era ne la valle fonda/ suon che s’udia di palafreni andanti:/ era l’acque che giù dalle stillanti/tegole a fura percotea la gronda».[20]
Sinfonia umbra di Giovanni Marradi coniuga gli intensi colori del paesaggio umbro con le sfumature e le voci della natura circostante che hanno echi marini: qui al «soffio alpestre rimormora il magnifico / fogliame dei castagni con pieno ondeggiamento / cantino i versi in gloria nell’umbra solitudine / come vibranti corde di un’arpa eolia al vento».
Il paesaggio dei colli fiorentini è rievocato nelle liriche a cura di Marradi: nell’aria calda del mattino sovrasta il campanile del Brunellesco e riecheggiano gli echi del passato: «l’antico vanto / al vecchio San Giovanni / e in cima al tempio trionfale e santo».[21] Fiesole, da dove si scendeva stanchi nel chiarore lunare, era immersa in una divina malinconia e arrideva nei cuori, il ricordo di Livorno la città nativa di Marradi: «la bella città è rumoreggiante / il mar diffuso e l’incantata riva / che di freschi misteri ombran le piante».[22]
Vengono raffigurati, con echi che rimandano alle origini del lignaggio toscano, anche gli Appennini: «la stirpe inquieta e i monti trafora/ per correre con lena affannata al raggio di un’altra meno torbida aurora / promessa lontana e invocata».[23]
Anche la Valle d’Aosta con i vigneti da cui nascono alcuni tra i più prestigiosi vini italiani (l’Asti Spumante, l’ambra di Ciambava) viene celebrata in due liriche: Ciambava e Caluso.
I ritratti femminili
I ritratti femminili vengono tratteggiati da diversi poeti coniugando i dati sensoriali con raffigurazioni fugaci e velati ricordi della persona amata.
Le istantanee di Luigi Capuana ne sono un efficace esempio: «qualcosa è nel suo viso che invano ricerco altrove e godo di essere conquiso soavemente», oppure «ella è assai lontana eppur triste essere dovrei, ma sorridermi una vana fantasia: è forse lei che s’agita tra i fiori?». Il poeta esprime il desiderio che si colora di una speranza d’incontro: «Oh dolcezza di quell’ansia soavissima, sottile, nel guardare, nell’attendere di vederla laggiù». L’ambiente circostante non potrà parlargli se non per l’appunto con le voci della natura. Anche un sogno di morte dell’amata aiuta a rievocare la bellezza femminile nei poemi di Capuana. La donna «era bella, bionda, aveva vent’anni e bevve il veleno […] da quel sonno di morte ecco si desta / la bella, e sorridendo il fior mi porge / posa sul petto mio la bionda testa / e singhiozza: – Se m’ami, io t’amerò! – Ho sognato davvero? Eppure io sento ad occhi aperti la sua dolce voce / e veggo la gentile e penso intento / Mi desterò fra poco?».[24]
Intense le reminiscenze letterarie su Guido Cavalcanti, inserito come nota introduttiva in Da la qual luna par ch’una stella si mova in una poesia di Carducci in cui viene raffigurato il ritratto di una donna in preghiera nel silenzio di un’arcata da cui parte l’immagine paradisiaca di una fanciulla-angelo: «Sotto la volta d’una bruna arcata / in tra due rosse colonnette snelle, stava la bella donna inginocchiata […]. Io vidi, come un dì Guido vedea / uscir da quei levati occhi una stella / e da i labbri, che a pena ella movea, un’alata figura di angelella».[25]
Anche le madri vengono celebrate dai poeti selezionati da Eugenia Levi con echi e rimandi alla storicità. In Per la morte di Napoleone Eugenio di Carducci il quadro delineato è quello dell’attesa: «Ambi a le madri lunge; e le morbide / chiome fiorenti di puerizia pareano aspettare anche il solco de la materna carezza».
A mia madre Maria è il componimento di G. Aurelio Costanzo. Nelle sere tacite e serene, la lirica rievoca un tempo ricco di tenerezza, di baci, di sorrisi e di desio, il cuore che mai potrà scordare l’infinito dono d’amore materno: «Oh se sapessi, buona madre mia / quanti sospiri e lagrime mi costi / quest’ardua scabra, sospirata, via».
Corposa, nell’antologia di Eugenia Levi è la parte dedicata a Gabriele D’Annunzio: la madre in trepida attesa del figlio è quella ritratta intensamente e con devozione nella lirica seguente: «Ti dirò come sia dolce il sorriso di certe cose che l’oblio afflisse […]. Sogna, sogna! Io vivrò de la tua vita/ In una vita semplice e profonda io rivivrò».[26]
Sempre di D’Annunzio, la candida e bella dedica alla Madonna: «Le vengo a lato / e un’animosa/virtù dagli occhi suoi dentro mi piove / come amor di rugiada su una rosa/ […] puro e altero e forte ecco mi chiamo».
Le sorridenti spose dannunziane vengono ritratte timidamente tra i fiori: «ti volgi tu, ne’ veli; e mi conforti / porgendomi tra i fior la bianca fronte / ove già luce il sogno de’ futuro e quindi varchi la soglia. E teco porti / quel ch’era in me, sopra le glorie e l’onte / più sereno più giovine e più puro».[27]
Ammirate, vezzeggiate, lodate con grande passione, le donne costituiscono un capitolo importante e leggendario della produzione di Gabriele D’Annunzio. Un’altra poesia del poeta è dedicata a Clara. La donna reca una sensualità prorompente e il rosso passionale tipico dannunziano. È lei infatti «che dorme nel gran letto di damasco, «odor d’erbe inumidite sale su da’ l verde pasco o voi, Donna Clara, alfine discendete…Urrà, mia bella! Rossa in cima a le colline sta l’aurora». D’Annunzio presenta e celebra le donne anche alla maniera di Lorenzo de’ Medici:
«Torna in fior di giovinezza in fior di giovinezza / Isotta…Torna a questo orti novelli / come un bel passo di dia. Vanno i piè candidi e snelli / su per la giuncata via… tutto il mondo è vano. / Né l’amore ogni dolcezza».[28]
Villa D’Este, sempre di D’Annunzio, è dedicata a Vittoria Doni musa e ispiratrice del poeta: «Va pe’ sentiero ombrato la donna magnifica e intorno /ecco, il divin soggiorno trema signoreggiato. Lodan tutti gli orti la dolce di lei signoria; e le fontane in via parlan de’ tempi morti».[29]
Le donne sono muse ispiratrici della poesia dannunziana. Che siano donne vicine al poeta, o donne sognate o conosciute duranti i suoi innumerevoli viaggi, sono meravigliose creature per cui il poeta prova un’autentica venerazione: «poi per te sola io vo’ comporre un canto/che ti raccolga come in una cuna/sopra un antico metro/ma con una grazia/che sia vaga e negletta alquanto/.Tutto sarà come al tempo lontano/L’anima sarà semplice com’era/e a te verrà, quando vorrai, leggera/come vien l’acqua al cavo de la mano».
La mitologia arricchisce lo scrigno poetico dannunziano con la lirica dedicata a Climene nel ricordo dell’amato Alceste: «ondeggiano sul feltro i nastri ad ogni/passo e la cipria vola da la nuca bionda. Ella viene. Par che la conduca un ricordo nei luoghi e par che sogni […] Non fu ieri? Le rose avean l’odor de le mie chiome per lui. Dov’è? Dov’è dunque? Il mio nome era Climene; Alceste il suo. Fu ieri».[30]
Fantasia Ellenica di Angelina De Leva rievoca mitologicamente le Ninfe tra le vaporose immensità del piano che si perdono e dove scendono le Muse alle ardenti rievocazioni dei sacerdoti: «Euterpe cara e Melpomene, Clio e Calliope insieme con Polinnia dolce tra le sorelle vergini, in un coro, lieta, saluto».[31]
Intensi infine i proclami d’amore di Annie Vivanti e gli incitamenti che le vengono rivolti: «egli t’ama, t’ama follemente, teneramente, disperatamente e bada eternamente io non risposi piansi».[32]
Tramonti e quadri lunari
Al tramonto le cose della natura divengono grandi e solenni, la particolare luce del tramonto rende i prati simili a pietre preziose, i boschi non rappresentano più il luogo ignoto e insicuro, la macchia, lo scuro è la solennità, la grandezza. I poeti difficilmente accettano che questo spettacolo della natura possa risultare deserto. La bellissima terra deve divenire dimora e simbolo di vita durante tutte le ore del giorno.
In particolar modo nelle liriche dedicate ai tramonti, è necessario trasmettere la vitalità umana e valorizzare l’essere umano come portatore di virtù e di pace.
A riguardo Edmondo De Amicis trova nelle sensazioni provate durante il tramonto, la gioia di poter vivere un amore ancora segreto al mondo, ma bello e intenso proprio per le sfumature vespertine che il paesaggio gli offre: «Così trascorre sino all’ultima ora/il nostro dolce amore al mondo ascoso/e il tramonto è più bello dell’aurora […]. Io levo il capo dalla mia lettura/per ridirti che t’amo e che sei bella/e sorridi e fuggi allegra e snella/dicendo che son pazzo e che hai premura».[33]
Antonio Della Porta dedica alla sposa un ritratto intenso celebrando le bionde chiome dei capelli cinte di fiori «io t’addurrò con la veste di sposa, o Madonna, a la casa de’miei vecchi».
Ecco come il connubio mente-paesaggio dà vita ad una sensibilità tale che il poeta è ora in grado di intercettare i «sentimenti» della natura e a sentire la tragicità dell’anima umana.
Dario Emer ci presenta uno scorcio di giardino in cui dialogano un usignolo e una rosa, in un tenero dialogo che funge da dichiarazione: «T’amo, t’amo/mia rosa bianca/oh come tremi sul tuo live ramo/ quasi languida e stanca!».[34]
Curiosa è anche la lirica di Severino Ferrari in cui vengono rappresentate due tipologie di bellezza femminile in contrapposizione: la donna bionda e la bellezza mediterranea. Amore e passione che ascendono con passo trionfale il dolce colle della giovinezza come una colomba che si appresta dal nido ad aprirsi e a spiccare il volo. Questa immagine poetica accompagna il poeta nella rappresentazione metaforica delle sue composizioni.
Anche Enrico Nencioni omaggia la natura quando durante la notte fa emergere la moltitudine di fiori e l’aria è impregnata di profumi intensi. Il vento che ondeggia accoglie sulle tepide ali i sospiri d’amor di mille rose. La musicalità è presentata dallo stesso autore come una sinfonia di Beethoven in versi: le note «argentee, fresche s’accoppiano, s’inseguono e/figuran di soavi giovinette/bianco vestite su novello prato. Ecco il silenzio precursor del vasto/scoppiar della bufera – ecco l’orrendo/scrosciare della pioggia, il lampo e il tuono/ crepitar la grandine sui tetti […] Odo una nota come di voce che si raccomanda…Desdemona sei tu? – Fu un sogno. È tutta rose la vita – Anacreonte è vero – colmatateli la tazza e Iole arrida».[35]
Le parole che accompagnano i momenti vespertini sono intrise di emozione: intensi i tramonti anche di Mario Rapisardi nelle liriche Tramonto e Ballata o le voci notturne e autunnali di Cesare Rossi. Il tramonto è il momento prediletto anche da Augusto Ferrero il quale, ispirato da un quadro di Leonardo Bistolfi, tratteggia un momento intimo al calar delle ombre del crepuscolo sulla campagna e sul paesaggio circostante. Affettuosamente la tacita compagna si stringe al proprio amato «nel languido abbandono del crepuscolo».
Antonio Fogazzaro sceglie la sera come momento poetico prediletto: le sue liriche, come afferma Gilberto Finzi in Fogazzaro e il soprannaturale, «inventano o reinvestano il fantastico, sono un ponte fra vita e non vita, fra il visibile e l’invisibile, strumenti di conoscenza dell’Oltre, mediatori mistici e mediurghi». Nel quadro vespertino presente nell’antologia a «Occidente il ciel si discolora/ vien l’ora – de le tenebre. Da gli spiriti mali/Signor guarda i mortali. Oriamo»,[36] o nel ritratto dedicato a Valsolda: «Io ti baciavo in sogno e tu piangevi/ – Non mi baciar, non mi tentar – dicevi/ – pensa Iddio, l’Ideal prega, lavora,- sii grande e puro. Io ti baciavo ancora/così dolcemente parlavi e così piano». [37]
Altre intense liriche notturne sono quelle a cura di Renato Fucini ove l’immagine della notte si coniuga con quella della morte: emergono la luna bianca e il cielo in una visione in cui non soffia vento. L’aria gelida invernale drizza gli alberi incapaci di reagire e riposa in un canto la madre sofferente. Il figlio è tratteggiato con il viso esile e ormai privo di vita.
Sorgendo la luna è un componimento di Guido Mazzoni che rievoca un ritratto lunare: «la luna sorgea su dal monte/stupenda in sanguigno colore/Mirando i villani l’accesa sua fronte/traevan presagi di guerra e di dolore[…]. Due grandi pensosi occhi neri/ guardavano la luna: oh mistico speglio d’argento ai pensieri/che amor su la sera ne l’anime aduna».[38]
L’irruenza della visione femminile è talmente dirompente per i poeti da rompere tutti gli argini umani. La lirica Quiete lunare di Arturo Graf rappresenta un intenso quadro notturno: «nel gemmeo seren del firmamento/la luna tersa, radiosa, brilla/e i campi inonda e la tranquilla/ immensità del suo lume d’argento».[39] I colori e le sfumature del tramonto si mescolano con un ritratto di una giovine: «porporina la bocca ed i capelli/ ha d’oro e come donna innamorata/ride ad un suo dolce sogno, immobile guata/ lontana con gli occhi desiosi e belli».[40] Il tramonto che sfuma il paesaggio del lago circondato da larici, ritorna con Arturo Graf nella lirica Il canto del cigno.[41]
Luisa Giaconi tratteggia un ritratto mitico, quello di Philomela. In alcuni versi l’autrice ridisegna la presenza femminile in un connubio reale-fantastico.
La figura femminile si mescola con il paesaggio. La memoria di una voce è un evento che per un attimo cambia la prospettiva.
Incontrare vuol dire percepire i suoni e le cose come un segno, come metafora di un sogno vissuto ad occhi aperti: «Odo ne la silente ora il tuo canto/d’amore. Guarda te da le serene/profondità col mite occhio Selene/ pallida e il bosco tace».[42]
Altra autrice, Elda Granelli, in Nella il giorno delle sue nozze, evoca il momento del distacco della sposa dal suo luogo di vita giovanile e in cui ogni cosa di quel posto sembra riservarle un addio soave e anche speranzoso. Uno degli ultimi mobili cari alla giovine è proprio quel letto in cui lei per molti anni si era addormentata e da dove avevano preso forma ideale i tanti sogni giovanili.
Aurore
Anche le aurore vengono scelte da Eugenia Levi come componimenti significativi che proiettano il lettore in una dimensione poetica propriamente lirico-descrittiva.
Quegli attimi di immissione e simbiosi dell’autore con il paesaggio fanno intendere al lettore la reale emozione provata in quei momenti dal poeta.
Luigi Grilli presenta un inno alla luce del Sole che diventa anche un inno alla vita con Trionfa o sole! Il poeta dedica il componimento a Guido Mazzoni: «Trionfa, o Sole! dalle brume algenti/squarcia l’uggioso vel che ne circonda/e il gaudio a noi di tua luce feconda/riversa dagli azzurri firmamenti / Trionfa o Sole! Ai gelidi torrenti/ridona il biondo murmure dell’onda/il riso ai fior, alla deserta fronda/dei cinguettanti passeri i concenti».
L’autrice seguente, Celide Lancerotto, ama contemplare e assaporare fin dall’alba il paesaggio fiorito, silenzioso e quasi deserto. Una natura che il sole gradualmente illumina per poi vestire il paesaggio. Così l’autrice presenta alcuni sonetti estivi, la stagione che più delle altre concentra le sensazioni più calde e in cui il clima, spesso arroventato, rende difficile il trovare riparo e frescura: «I caldi profumi esalano le rose/bruciate e smorte nell’arsura estiva/su tra le stoppie, unica cosa viva/ stridono le cicale noiose […]. Oh il fascino dei boschi alti e quieti/dove l’ombre hanno roride parole/per gli amanti, pei mesti e pei poeti».[43]
Anche nelle liriche successive la poetessa coniuga la luminosità del sole, il bagliore, con l’essere umano, creati per un ideale nobile e puro. L’uomo è di passaggio in questa vita terrena, siamo figli del Sole e come tali tendiamo ad essere aperti e sinceri:
«Non chiedete il perché dei nostri amori/non chiedete il perché dei nostri errori/non abbiamo nido alcun sovra alcun ramo/talora vinta da improvviso assalto/l’ala per poco si raccoglie e posa. Oh ma non resta a lungo neghittosa/e posa solo per mirar più in alto».[44]
Su l’alba è la lirica scelta da Eugenia Levi a cura di Guido Mazzoni che coniuga il momento aurorale con la morte di una fanciulla. L’autore qui «ricerca nel candore il suo volto/che fiorisce rugiadoso fra le trine/dolcezze onde il riposo/a gl’infanti mormora».[45]
Il meriggio è il momento descritto nel componimento In marcia di Contessa Lara, attimo in cui il vento improvvisamente si manifesta con più aridità, spezzando il fiato e liberando tra le case il nuvolo di polvere. Da una porta di un antico casolare, un’anziana osserva cupa il paesaggio e poi ripiegando il capo ritorna ai suoi pensieri.
Giuseppe Mantica con Ritorno raffigura l’aurora evidenziandone la limpidezza e le sfumature. Il cielo terso sembra tinto di un roseo velo e invita l’aurora a manifestarsi all’inizio di un nuovo giorno.
Conclusioni
È proprio sul momento ispiratore, sui sentimenti profondi che guidano un artista nella composizione di un’opera che Eugenia Levi sembra concentrarsi nei passi che abbiamo analizzato. Gli attimi rivelano l’amore più profondo, quello per la vita, l’umanità, il mondo, la bellezza, il presente, la storia, l’amore che è passione per tutto ciò che esiste e passa. È l’amore che genera la creazione artistica, filo trasversale dell’essenza poetica. È dall’analisi dei versi inseriti che possiamo cogliere tali ispirazioni. Versi che svelano e velano di continuo, che rivelano e nascondono il sentire indicibile di ogni autore e autrice celebrati dalla Levi. È da quest’analisi che il lettore può risalire al messaggio più importante e bello che la vita di un poeta reca con sé.
Le liriche inserite nell’antologia Dai nostri poeti viventi tendono ad accentuare i contrasti, ad esempio dei paesaggi: da un lato l’esaltazione dei luoghi natii, da Trieste a Venezia, fino alla Sicilia, sono territori-testimonianza e posti di rilevanza storica, ma anche ambienti che vengono personificati dai poeti attraverso reminiscenze letterarie.
L’autrice sceglie liriche in cui vi è un’attenzione particolare alla musicalità del verso e del ritmo, anche irregolare. I sonetti presentano da un punto di vista metrico una libertà di combinazioni tipiche novecentesche in cui la scelta dei lemmi e degli epiteti si connota di più significati.
Traspare l’amore per l’Italia e per quei poeti che hanno saputo valorizzarla sia in quanto Paese depositario di una storicità ben presente, sia come luogo natio, sia soprattutto come fonte ispiratrice dell’Amore osservato e celebrato in tutte le sue forme.
Sono soprattutto le donne ad essere protagoniste assolute dei quadri aurorali e degli affreschi vespertini delle liriche proposte da Eugenia Levi: sono i particolari colori, le variegate sfumature di questi momenti a rendere gli incontri e i ritratti femminili densi di passionalità e venerabilità.
Tutto ciò è possibile perché in questi particolari momenti della giornata non può essere colta la realtà delle cose, la verità della vita reale che invece appartengono ad un’altra sfera percettiva.
Nelle liriche proposte, spesso nell’intensità dei momenti serali o nei quadri notturni, le cose della natura s’investono di un’immensità e di una grandezza soprannaturale tali da rendere tutto l’ambiente e il paesaggio raffigurato, un quadro poetico dai contorni indefiniti, sfumati e in cui il confine tra la realtà terrena, l’idealità e l’astrattezza diventano quasi sormontabili e si compenetrano a vicenda.
Ci si chiede perché questa scelta in Eugenia Levi: scegliendo da fiore in fiore queste liriche non denunciano quasi mai la negatività della vita, gli amori impossibili, i momenti di sconforto o l’inesorabilità del passare del tempo.
Nelle liriche scelte, selezionate e presentate con cura dalla Levi, vi cogliamo essenzialmente un inno alla vita e all’amore, un invito a vivere nel nostro Paese apprezzando tutte le infinite possibilità conoscitive che esso ci offre, un’apertura alla contemporaneità letteraria e il forte desiderio di andare oltre la classicità e la tradizione letteraria presente nelle antologie del periodo.
Non dimentichiamo che a inizio Novecento il canone scolastico era ancora piuttosto tradizionalista e legato ad un purismo linguistico ottocentesco e a scelte sugli autori da inserire nelle antologie piuttosto codificate. Il fatto che in volume, destinato agli studenti, trovino spazio tredici autrici e numerosi poeti viventi rappresenta una scelta autonoma e individuale ai nostri occhi apprezzabile.
Eugenia Levi merita di essere conosciuta.
Qualche anno più tardi, nelle prime pagine di un’altra antologia curata sempre da Eugenia Levi, Lirica italiana antica[46] leggiamo:
Benché messo insieme di cose antiche, nessun libro è per molti rispetti più nuovo di questo. La messe è bella, varia, copiosa…Degna di lode è la scelta. Nessuno degli argomenti trattati liricamente in que’ primi secoli vi è trascurato. Le poesie sono disposte alfabeticamente, ciò fu ottimo avviso; sarebbe stato impossibile disporle cronologicamente e il volerle raggruppare secondo la forma avrebbe ingenerato monotonia.[47]
È la prima volta che poesia, arti plastiche e musica si trovano insieme in una pubblicazione geniale e giovano a dare un’impressione unica di bellezza completa[48]
Un libro ornato di tutte le attrazioni che i più zelanti amatori dell’arte e della letteratura italiana possano desiderare[49].
Mariangela Lando
[1] Eugenia Levi nasce il 21 novembre 1861 a Padova. Educata nella città patavina, trascorre poi la giovinezza compiendo gli studi a Firenze e ad Hannover. Nel 1885 viene nominata professore alla Royal High School for Young Ladies a Firenze. È autrice di numerosi saggi, opere e studi pubblicati su riviste italiane, tra questi: Ricordi, antologia di prosaisti italiani e poeti da Dante Alighieri a Giosuè Carducci ( Firenze, 1 ediz. 1888; 5 ediz. 1899, Dai nostri poeti viventi (Firenze, 1 ediz. 1891; 2 ediz. 1896), Dal Giornale di Lia (Roma, 1 ediz. 1892), Rammentiamoci (Firenze, 1893), Dante…di Giorno in Giorno (1 ediz. 1894; 3 ediz.. 1898, una raccolta di citazioni di Dante, Pensieri d’Amore (1 ediz. 1894. 3 ediz. 1900), Fiorita di canti Tradizionali del popolo italiano (1 ediz. 1895); Deutsch, una traduzione di tedesco standard opere (1 ediz. 1899).
[2] E. LEVI, Ai nostri poeti viventi, Firenze, le Monnier, 1896, p. VII.
[3] A. BACCELLI, Solitudine, in Ai nostri poeti viventi, cit., p. 24.
Jada Rubini, Il Collegio, 2019, Elmi’s World, Padova, pp. 184.
…….è davvero bella questa notte, chiassosa e colorata, piena diluci, di profumi, di gente che, come noi, passeggia sotto gli archi, frapiazze, lungo le infinite vie tutte uguali e i palazzi imponenti. C’èun gruppo di bambini che gioca a nascondino vicino al municipio,un altro gruppo che si rincorre proprio davanti a noi, e altri bambiniche passeggiano con il gelato tenendo per mano i propri genitori. Poivediamo una coppia di giovani adolescenti baciarsi su una panchina.
Jasmine è la protagonista di questo racconto ambientato nella città patavina e scritto da Jada Rubini. È la storia di un incontro casuale tra la protagonista e un gruppo di ragazze che si trovano a dover condividere spazi e momenti di vita in un collegio. La giovane frequenta l’università, studia e si affaccia alle esperienze della vita con leggerezza e con la consapevolezza di aver appena varcato la soglia della maturità. I dubbi e le domande, che caratterizzano le riflessioni spontanee di Jasmine sul significato di fatti ed eventi della storia, si rivelano ai lettori pagina dopo pagina.
Gradualmente il lettore inizia a percepire quali siano gli interessi della giovane protagonista, che ad una certo punto del racconto compie una scelta personale ben precisa e non facile da svelare agli altri. Lo fa con naturalezza e spontaneità, senza nessun pregiudizio e nessuna preclusione. Jasmine vive appieno il proprio mondo, fatto di colori, luci, ombre, rivelazioni, dialoghi e pensieri a tratti connotati da un linguaggio un po’ sboccato. Ma la ragazza si rende anche conto che determinati ambienti non sono adatti per lei perché troppo ambigui e troppo preordinati su una logica adulta che lei non riesce ad accettare.
Apparentemente timida, Jasmine col trascorrere del tempo, acquista più consapevolezza rispetto alla nuova e importante amicizia che sta nascendo attorno a lei e che la porterà a cambiare una sua prospettiva intima e personale, da sempre invece lasciata in disparte e rifiutata.
Il finale della storia lascia aperte nuove possibilità di sviluppo del racconto e nuovi interrogativi sul futuro della giovane e sul prosieguo delle vicende che riguardano anche le sue coinquiline.
Pur trattando un tema importante legato all’identità sessuale e alle conseguenti scelte personali e di vita, la storia sa di leggerezza e freschezza giovanile; è narrata con uno stile chiaro, essenziale, ancora da consolidare, ma l’autrice è molto giovane e brava e si è già distinta sul piano letterario con altre prove di narrativa.
Margaret Symonds, londinese, trascorreva lunghi periodi di vacanza tra Otto e Novecento a Villa Pisani dove viveva la contessa Evelina Pisani. Evelina Van Millingen era nata a Costantinopoli nel 1830. In seguito, si era trasferita a Roma per frequentare le scuole. Conosciuto il conte Almorò Pisani III, si era sposata e i due coniugi erano andati a vivere nella tenuta veneta del marito a sud di Padova: la residenza Villa del Doge Pisani. Qui si estende, tuttora, una pianura immensa, delimitata dai Colli Euganei, dal mare, dai fiumi, una terra d’acqua e un mare di terra fertile e ubertosa, quella terra che aveva affascinato il poeta Shelley, una landa speciale, quieta e assolata. Circondata da un giardino stupendo, questa villa alla morte del conte, nel 1880 diventò un paradiso. Qui la contessa, durante la vedovanza, oltre a trasformare il luogo in un posto incantevole, si dedicò con grande passione alla direzione del lavoro contadino.
Il paesaggio rurale è da sempre dominato dall’idea prioritaria di casa identificata come luogo affettivo, economico e sociale della famiglia patriarcale.
Nel libro, La contessa Pisani , (Treviso, Santi Quaranta, 3ª edizione 2018, pp. 192) invece, a prevalere non è il concetto della casa come convivenza patriarcale di più nuclei familiari, visto che il matrimonio tra i due coniugi non sarà coronato dall’arrivo di figli.
Ma a stupire il lettore sono la forza, la determinazione, l’audacia e la perseveranza di Evelina che, rimasta vedova, si dedica con impegno a valorizzare il grande patrimonio rurale rimasto interamente a lei.
La lettura che ci offre la Contessa Pisani, raccontata attraverso l’occhio acuto e intelligente di Margaret Symonds, esula dalla classica lettura del paesaggio apprezzato solamente in chiave estetica.
È la vita dello spirito e quella dei fatti concreti.
È il racconto intelligente della natura funzionale dell’intervento umano, teso alla perfetta organizzazione dello spazio fisico rurale.
Una vita insolita per una dama bellissima, inglese ed esperta delle cose di mondo, devota ai Pisani e alla loro tenuta. Una donna straordinaria che ha saputo valorizzare ogni singolo ettaro di terra, ogni spazio antistante la villa stessa, che emergeva come un avancorpo con motivi di chiara derivazione signorile (scale, colonne). Nella fattoria trovavano posto non solo gli addetti ai lavori agricoli propriamente detti ma, sempre nelle dimore più consistenti, anche artigiani del legno e del ferro. Accanto ai granai, alle scuderie, alle cantine, ai fienili e ai depositi di ogni genere, c’erano anche le stalle dove alloggiavano i buoi. Consuetudine della contessa era occuparsi personalmente dello stato di salute del bestiame a cui, curiosamente, attribuiva individualmente un nome proprio specifico.
Agiva come un continuo uragano: c’erano tuttavia dei momenti di calma, momenti di sacrosanto riposo e di ringraziamento. […] Scegliere i nomi per i buoi era una sorgente costante di piacere ed eccitazione. “Non posso congedarmi senza darti qualche buona notizia riguardo al bestiame. Ci sono state molte nascite e nessuna morte, recentemente. Ora abbiamo un Sarpio (in onore di fra ‘Paolo) Steno, Reale, e infine, ma non ultima, Farnesina – una vera bellezza figlia di Farnese e Parma. Molti di quelli che, l’ultima volta, hai visto pigri e sfaccendati, ora hanno iniziato a lavorare duramente e compiono alacremente il loro dovere.[1]
Una donna forte, ambiziosa e orgogliosa della propria tenuta, noncurante del fluire del tempo. Sapeva cogliere dalla monotonia della ciclicità contadina, elementi di rinnovato vigore dell’anima. Dalle parole di Margaret emerge il carattere della Contessa. Ella amava la bellezza, l’arte, la raffinatezza e il confronto tra le menti. Ma il destino o il dovere decise che avrebbe trascorso gran parte della propria esistenza nell’immensa pianura padana. Intelligente e intuitiva temeva il pericolo, tanto da armarsi personalmente con una pistola sempre carica accanto al letto.
Molto ospitale, amava accogliere visite dall’estero. Quando giunse Margaret, ella fu felice di farle visitare la villa e tutto l’ambiente circostante. Luoghi che lei amabilmente aveva saputo trasformare in un ambiente così florido. Gruppi di cipressi torreggiavano su sentieri erbosi al di sopra di un convento in rovina. La villa, il lago, i boschi, le lucertole sopra rocce coperte da muschio, acacie in fiore, un capitello addormentato – erano tutte cose che la contessa desiderava toccare, vedere, sentire.
Il fascino di quei luoghi, alcuni disabitati, le procurava sensazioni contrastanti: gloria e desolazione, si impadronivano dell’animo. E poi ancora i chiostri, i molti fiori rosa dell’ibisco, i pozzi di marmo i fichi che crescevano fra le pietre.
Sei entrato nella proprietà dei Pisani e sei diventato parte del suo sistema. […] Resti folgorato alla vista di quella casa immensa dove tutto sembra nuovo. […] Attraverso le fessure tra le imposte puoi sbirciare un giardino pieno di alberi e di fiori, dove hai l’improvviso desiderio di tuffarti; si fa strada nella tua mente la forte sensazione di aver varcato la soglia di un palazzo delle arti.[2]
Una vita apparentemente semplice, carica di operosità, in cui in qualche tratto emergono i confronti con la vita inglese e le conversazioni nel salotto signorile della villa, tra letteratura e vita. In questo diario di straordinarie memorie, che fissa la routine contadina, emerge uno spaccato di vita vero che include tradizioni culturali, i costumi e le consuetudini di tutta la popolazione di una parte territoriale veneta.
Scomparsa precocemente a 52 anni, Evelina Pisani era una donna bellissima e di grande fascino. La sua mente sempre fortemente attiva, il suo spirito entusiasta e appassionato non potevano trovare riposo in questa stupenda villa, cuore reale e simbolico delle sue vocazioni e testimone inconsapevole dei suoi momenti di vita. Ben prima che la nostra società fosse percorsa dai movimenti per l’emancipazione e l’affermazione femminile, questa donna è stata una protagonista discreta e onnipresente. In un periodo tra Otto e Novecento in cui la donna era soprattutto e solo “madre e moglie” Evelina ha saputo investire il suo straordinario potere: quello del “conoscere e del saper fare”. Ideali concreti di vita trasferibili ad altre generazioni: il valore del lavoro, della solidarietà, dell’accoglienza, della costanza e soprattutto, l’orgoglio delle proprie scelte di vita.
Mariangela Lando
[1] Margaret Symonds, La contessa Pisani , Treviso, Santi Quaranta 3ª edizione 2018, p. 17.